Continuando a sognare in Tanzania …
Quello che sto per raccontarvi è la mia storia nell’Africa della povertà e della miseria, la storia di un sogno e di una speranza…
Un giorno capisco che ci sono frontiere al di là del quotidiano e dello scontato, oltre la banalità delle solite cose della mia routine opulenta e consumistica. E scopro il significato di un impegno che può dare un senso alla mia vita.
Nell’estate del 2004 parto da Matino, un piccolo paese della provincia di Lecce, e vado in Africa, l’Africa orientale, da noi favoleggiata e romanzata in tanti racconti e tanti film.
A 8000 km di distanza: la Tanzania. Una regione estesa per quasi 1000 km, che si affaccia sull’Oceano Indiano, fra il Kenya, lo Zaire, lo Zambia e il Mozambico.
Lo scenario è di quelli che si conoscono soltanto nelle narrazioni dei viaggiatori. Il Kilimangiaro il più alto monte dell’Africa, il lago Vittoria secondo al mondo per dimensioni, il Tanganica secondo al mondo per profondità, immense distese desertiche, un’economia povera che tenta disperatamente di svilupparsi, poche risorse interne, ridotte esportazioni, essenziali importazioni.
Zone devastate dalle malattie, dalla disoccupazione, dalla miseria e dalla fame.

Appena arrivata nel villaggio di Chibumagwa è stato emozionante incontrare tanta gente, conoscere le abitudini e le usanze di questo popolo … è stato bello crescere nello scambio reciproco nella ricchezza che ognuno di noi ha dentro di sé.
Davanti ai miei occhi si è presentato un paesaggio fatto di capanne, tanti e tanti bambini scalzi, malnutriti e una spaventosa mancanza di igiene, dove sporcizia e scarafaggi facevano da padroni.
Bere acqua inquinata, mangiare pesce avariato, non avere cibo a sufficienza, anzi non averne proprio, ma soprattutto la mancanza di un’adeguata assistenza medica, sono motivo di morte per tanta gente del posto.
L’unico modo che hanno per reperire un po’ d’acqua sono le buche e le dighe naturali; qui, però, bevono anche gli animali, si lavano i panni… e potete immaginare la natura delle molteplici malattie.

Durante le mie permanenze in terra d’Africa, io insieme ai miei compagni “d’avventura” ci siamo occupati di sistemare al meglio gli ambienti fatiscenti del ricovero, che ospitava tutti gli ammalati cronici, persone affette da piaghe tropicali, anziani soli e gli emarginati di questo villaggio e di altri villaggi vicini.
Uno degli aspetti particolari è l’elevatissimo numero di donne sole che abitano nel villaggio. Sono donne vedove, lasciate dai mariti o, ancor più di frequente, ragazze madri abbandonate e lasciate a se stesse durante o subito dopo la gravidanza.
Ricordo ancora come se fosse ieri la mia esperienza, quando sono entrata per la prima volta in contatto con i lebbrosi del villaggio di Sukamaela, esperienza che mi ha toccato profondamente e che ha solcato il mio cuore. Quegli angeli erano ricoperti da piaghe e, pur consumati dalla malattia, donavano a tutti noi un sorriso!
Le cose che vi ho raccontato sono solo la minima parte di quello che ho visto e vissuto ...
Ci tengo soprattutto a dire che, ciò che vi ho appena descritto, non è stato dettato da pietismo, ma da una voglia intima e irrefrenabile di dar voce a chi voce non né ha, ma che ha la capacità di trasmettere i veri valori della vita con semplici gesti.
Augurerei a tutti di vivere la mia stessa esperienza, perché forma l’animo, lo arricchisce di “cose” essenziali e lo libera da problemi futili.
La storia di un sogno e di una speranza continua…
Sabrina POLIMENO (di Matino)