* Messico 2008

IL MESSICO, VIAGGIO TRA CONTRADDIZIONI E SPERANZE

    

Per fortuna esiste il Messico. Non solo perché altrimenti non esisterebbe il Golfo del Messico e la Corrente del Golfo che consente all’ Europa occidentale di godere di un clima temperato e non sub-polare. La generazione precedente non avrebbe conosciuto il mitico Zorro (Volpe) e non sarebbe rimasta affascinata dalle sue avventure e dalle sue virtù di coraggio e lealtà. Ancora, non avremmo provato stupore e meraviglia davanti ai resti di colossali statue, piramidi e palazzi di pietra, testimoni delle antiche civiltà Maya e Azteca, portatrici di una cultura evoluta dove il legame tra terra e cielo era vitale, che conosceva lo zero ben prima dei mercanti arabi del bacino del Mediterraneo e che era riuscita ad elaborare un calendario pressoché perfetto.

 

     La prima emozione viene offerta al visitatore  prima di toccare il suolo messicano, durante l’atterraggio all’aeroporto Benito Juarez di Città del Messico, al buio della sera. E’ una sensazione unica e irrinunciabile sorvolare la distesa di luci all’infinito, senza accorgersi di quando sia iniziata e vedere in ogni direzione lo stesso mare di luci, fari, lampioni ed insegne, quasi fosse lo sconfinato bivacco di un formidabile esercito pronto a sferrare l’attacco al sorgere del sole.

     L’antica bellezza di Città del Messico, in seguito ad una industrializzazione e modernizzazione accelerata, ha assunto forme nuove, si è trasformata in un  oceano impetuoso  di cemento, lamiere e vetro. Immersi in questo contenitore di smog e frastuono assordante, i suoi 25 milioni di chilangos, come vengono chiamati gli abitanti della capitale dal resto dei confederati, vivono in forma esasperata, e ad un livello che rasenta lo stordimento, la loro mexicanidad, cioè una vita sfrenata, caotica ed eccessiva.

     Il Messico  è  figlio di movimenti rivoluzionari che rievocano i nomi di leggendari personaggi come Emiliano Zapata, Francisco “Pancho” Villa e Venustiano Carranza. Oggi deve far fronte ad una situazione di permanenti squilibri economici e demografici dove il 20% della popolazione detiene oltre la metà del reddito del Paese, mentre un’ampia fascia di abitanti dispone di una quota inferiore al 5% del PIL. Eppure il Messico ha giacimenti petroliferi e raffinerie, è il primo produttore al modo di argento, estratto da miniere antichissime, e di piombo. Anche se gli ultimi dati indicano una crescita economica in ripresa e disegnano il profilo di un Paese con ottime potenzialità di sviluppo, con un reddito pro capite di USD 8.530, non si può ancora ipotizzare che presto verranno raggiunte condizioni di benessere diffuso. Infatti il sistema industriale messicano registra la presenza di alcune grosse multinazionali che, approfittando del basso costo della manodopera, hanno effettuato negli ultimi anni ingenti investimenti nell’industria meccanica e tessile. Ciò non è bastato a far decollare il tessuto imprenditoriale messicano che è caratterizzato da molte piccole e medie imprese locali troppo deboli tecnologicamente per affrontare la concorrenza straniera e penalizzate dalla mancanza di riforme sia in ambito fiscale che nel settore energetico dove la gestione delle risorse sarebbe più efficace se ci fosse una più ampia apertura nei confronti dell’iniziativa privata. La speranza prende il nome di un combustibile: NAFTA. L’accordo economico con gli USA e il Canada, che prevede per il 2009 l’eliminazione delle barriere doganali, potrà permettere al grande Paese del Centro America di concretizzare le promesse non compiute e le speranze non realizzate.

     Il Messico è il Paese Latinoamericano con il maggior numero di etnie indigene che per molto tempo, a causa delle perenni difficoltà economiche, sono state dimenticate nel vagone sganciato dal resto di un treno, occupato solo da pochi privilegiati, lanciato a tutta velocità verso il raggiungimento del “primo mondo”.

   A Città del Messico, presso la metropolitana Candelaria, di fronte al Palazzo del Congresso, vive la comunità indios dei Triquis che, originaria della regione dell’Oaxaca, dove risiede la gran parte della comunità, per sfuggire ad una condizione di miseria, ha abbandonato la campagna per stabilirsi nella capitale. Qui, purtroppo, questi indios, in tutto 250 persone, non hanno trovato migliore sorte. Infatti,  non sono riusciti ad integrarsi e sono rimasti ai margini della società vivendo in condizioni intollerabili in abitazioni di 3 metri quadrati fatte di lamiera e cartone, occupate ognuna da 10-12 persone e disponendo solo di un rubinetto d’acqua e un bagno in comune.

     L’unico sostentamento di questa  comunità  Triquis,  il cui nome è una deformazione della parola “driqui”,dell’antica lingua mixteca, composta da dre: “padre” e qui: “grande” o “superiore”, è costituito dalla vendita dei loro prodotti artigianali, rappresentati da braccialetti, collane, tovagliette e borse di stoffa, nei numerosi mercati della capitale. Sono  riconoscibili nei vari angoli degli affollati mercati dai loro tradizionali  abiti di stoffa rossa che ancora oggi amano indossare e che vengono cuciti dalle persone più anziane. Furono i conquistatori spagnoli ad indicarli con il loro nome attuale e ad avvicinarli alla religione cattolica che oggi convive nei comportamenti quotidiani con le loro tradizioni e credenze che risalgono alla notte dei tempi.

     Le Suore Marcelline, presenti nella capitale messicana, si sono avvicinate a questa comunità indigena con l’atteggiamento del “buon samaritano” per cercare di lenire le sue ferite rappresentate soprattutto da solitudine, emarginazione, delusione e sofferenza per essere costretti a vivere nelle loro misere baracche in condizioni durissime. Le Suore hanno saputo conquistare l’affetto e la fiducia di questa gente e hanno reso manifesto a tutti le meraviglie che può compiere la condivisione disinteressata nei confronti di chi non ha niente e vive nell’attesa di un futuro migliore. Questi indios sono rinati ad una speranza nuova, ad un modo di vedere la vita più fiducioso e meno diffidente. Si parla già con fondata speranza del progetto, nel  prossimo anno,  di  costruire   una casa per ogni famiglia, al posto delle baracche. In quelle nuove case, costruite speriamo in un giorno non  troppo lontano, forse il Gesù fattosi piccolo e povero non sarà nato invano.

 

MARTALO’ Fabrizio