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Due città,
una diocesi (breve storia)
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Il
Crocifisso Nero
Era
morto Innocenzo IV, e Manfredi, per impadronirsi del vasto regno
italico che fu già Federico II di Svevia, non ricusò di servirsi di
orde saracene, che infestando il meridione d’Italia portarono ovunque
saccheggi e distruzione. Anche Nardò fu votata al saccheggio: furono
depredate le case, le donne e i bambini subirono violenze, le chiese
furono spogliate delle sacre immagini, che in disprezzo della fede
cattolica venivano consegnate al fuoco dei falò accesi nelle
pubbliche piazze. Mentre
si portava a spalla fuori dalla Cattedrale il simulacro del Crocifisso
“gnoru”, il braccio sinistro del Cristo urtò contro lo stipite della porta
e rimase spezzato un dito, che cadde a terra grondando sangue vivo. Alla
vista di tale evento i saraceni atterriti abbandonarono l’impresa e fuggirono
via. I neretini ricordano ogni anno l’avvenimento prodigioso nella III
domenica di maggio. Il
dito spezzato, di cui non si è avuta mai più notizia, è stato ritrovato
durante l’accurato restauro effettuato nel 1955 dall’Istituto Centrale
per il Restauro di Roma: avvolto in una pergamena, era stato nascosto
in una cavità aperta sulla spalla del Crocifisso, invisibile fino a quando
l’immagine del Cristo non è stata staccata dalla sua croce. Circa
l’origine del venerato simulacro è ancor oggi aperta la discussione.
La tradizione vuole che questo singolare manufatto in legno di cedro
sia stato portato a Nardò insieme alle reliquie di San Gregorio Armeno
dagli stessi monaci greci che nel secolo VIII, per sfuggire alla furia
iconoclasta imperversante in tutto l’impero orientale, riparano sulle
nostre coste. Gli
studiosi, al contrario, che nel 1955 ne hanno curato il restauro, reputano
il Crocifisso opera romanica. Si deve a Mons. Nicola Giannattasio, già
vescovo di Nardò, la dimostrazione precisa e documentata della fondatezza
della tradizione contro il parere dei restauratori. Alla
luce di quanto è emerso in sede
di restauro, appare evidente che il Crocifisso è stato sovrapposto alla
croce, certamente più antica. Sulla superficie della croce, infatti,
permangono tracce diffuse di una originaria policromia, poi ricoperta,
appartenuta ad una figurazione del Cristo anteriore all’applicazione
dell’attuale Crocifisso, che trova giustificazione solo in conseguenza
di una diversa tipologia di presentazione del mistero della croce. Infatti,
non avrebbe avuto senso la cancellazione della figurazione più antica
e l’applicazione di una identica nuova figura di Crocifisso. Da
ciò si evince che la figurazione riportata sulla croce doveva essere
o quella del Christus Triumphans (posizione
eretta sulla croce, occhi aperti, volto radioso) oppure quella del Christus
patiens (uguale all’altra, ma col volto leggermente melanconico);
si tratta in verità di figurazioni che rispondono a certe dottrine
teologiche che hanno scantonato nell’eresia. Invece,
la tipologia figurativa del Crocifisso, applicato alla croce in un
secondo momento, dipende senza dubbio dal modello e dalla teologia del
monastero di Stouclion (Grecia), dove nel secolo VII era operante il
santo teologo Teodoro. Nella figurazione studita il Cristo non è più
rappresentato vivo, ma morto, con gli occhi chiusi, le braccia
aderenti all’asse trasversale della croce, il corpo leggermente
afflosciato, in atteggiamento di composto dolore, il capo inclinato a
destra e il volto “in beatitudine”, emanate un’aria di sovrumana
serenità. Il
modello romanico, poi, si discosta notevolmente dal tipo studita, non
lasciando spazio a confusioni. Nella figurazione romanica, infatti, è
fortemente accentuato il mistero del dolore nel Crocifisso, che viene
rappresentato col corpo grondante sangue e contratto nello spasimo
fino ad assumere la caratteristica forma ad Y. Inoltre, mentre nel
modello romanico il Cristo ha i piedi sovrapposti e fissati alla croce
con un unico chiodo, nel modello studita i piedi sono separati. Si
può dunque concludere che il Crocifisso di Nardò appartiene realmente
come vuole la tradizione al sec. VIII, mentre la sua croce è più
antica ed è passata attraverso un rimaneggiamento di tipo studita,
ambiente a cui appartennero i monaci greci venuti a Nardò come in altre
località dell’Italia meridionale. In
quanto all’appellativo “gnoru” con cui si indica il Crocifisso di Nardò,
esso è dovuto al colore che aveva il tronco del Cristo prima del restauro.
In sede di restauro, infatti, il Crocifisso (con esclusione del capo e
delle estremità) è risultato rivestito da bende di garza colorate con
una caratteristica patina scura, apposte dai benedettini quando nel secolo
XI, prendendo possesso del monastero neritino prima abitato dai monaci
greci, trovarono sconveniente secondo le raccomandazioni di San Gregorio
di Tour che il corpo di Cristo crocifisso fosse mostrato nudo e, perciò,
si adeguarono all’uso del tempo di rivestirne il tronco. Anche questo
elemento conferma l’antichità bizantina del pregevole simulacro. |