Ecclesiologia di comunione: identità e missione della Parrocchia

R.D. Angelo Corvo

 

«È venuta l’ora, a noi sembra, in cui la verità circa la Chiesa di Cristo deve essere esplorata, ordinata ed espressa, non forse con quelle solenni enunciazioni che si chiamano definizioni dogmatiche, ma con quelle dichiarazioni con le quali la Chiesa con più autorevole ed esplicito magistero dichiara ciò che essa pensa di sé. È la coscienza della Chiesa che si chiarisce nell’adesione fedelissima alle parole e al pensiero di Cristo, nel ricordo riverente dell’insegnamento autorevole della tradizione ecclesiastica e nella docilità alla interiore illuminazione dello Spirito Santo, il quale sembra appunto volere oggi dalla Chiesa che essa faccia di tutto per essere riconosciuta qual è. E noi crediamo che in questo Concilio ecumenico lo Spirito di verità accenda nel corpo docente della Chiesa una luce più radiosa e ispiri una più completa natura sulla vita della Chiesa, in modo che la Sposa di Cristo in lui si rispecchi ed in lui, con vivacissimo amore, voglia scoprire la sua propria forma, quella bellezza ch’egli vuole in lei risplendente» (1)

Questo passaggio di Paolo VI chiarisce bene la sfida che la Lumen Gentium (21 novembre 1964) costituisce ancora oggi per l’ecclesiologia e per la vita della Chiesa. La costituzione dogmatica sulla Chiesa rappresenta, infatti, lo spartiacque tra l’ecclesiologia della Controriforma e una nuova immagine di Chiesa, che troverà nella "ecclesiologia di comunione" la sua formula espressiva. Si tratta di una rivoluzione copernicana, che segna un cambiamento irreversibile: si passa da un’impostazione apologetica del tractatus de Ecclesia a una lettura teologica dell’evento-Chiesa, da una fondazione storica della sua esistenza a una comprensione misterica, che la inquadra nella storia della salvezza e nel disegno eterno di Dio. Il Concilio Vaticano II conclusosi 40 anni fa si era posto, fra gli altri, un interrogativo che avrebbe dovuto dare senso alla stessa assise conciliare: Chiesa, cosa dici di te stessa? La risposta a questa domanda non è una definizione di Chiesa. Chi cercasse, infatti, una definizione di Chiesa nel Concilio Vaticano II non la troverebbe. Perché la Chiesa, in quanto mistero, non può essere definita, chiusa in una frase o in una formula. Non sarebbero queste sufficienti ad esplicare una realtà che ha i suoi rami nel mondo, ma affonda le sue radici nella Trinità di cui è espressione e modello. Allora possiamo dire qualcosa della Chiesa sapendo che ogni discorso su di essa ce ne svela un aspetto mentre ci spinge ad andare oltre con lo stupore di un bambino affascinato da un dono bello, grande eppure nostro al punto da farne parte fin dalla nascita.

Gérard Philips, il più autorevole commentatore della Lumen Gentium, indicava quattro passaggi fondamentali che costituiscono il nuovo modi di “pensare” la chiesa:

 

1. La Chiesa è mistero e sacramento.

Il termine “mistero”, è lungi dall’indicare qualcosa di oscuro, segreto, in conoscibile. Tutt’altro. La Chiesa è la parte visibile di una realtà invisibile, rivelata, radicata nella Trinità. E’ l’inizio di quel Regno instaurato da Cristo, chiamato ad estendere i suoi confini fino all’estremità della terra in attesa della Gerusalemme celeste di cui essa è anticipo. E’ sacramento universale di salvezza perché segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano. In essa Dio elargisce grazia su grazia, in essa siamo rigenerati mediante il battesimo, nutriti, perdonati, sostenuti e inviati per mezzo degli altri sacramenti. L’immagine di Popolo di Dio è quella che aiuta meglio a guardare alla Chiesa come ad una realtà storica, eppure rivelata e radicata nella Trinità (2). La Chiesa è un popolo che ha

Cristo come Capo, come condizione la dignità e la libertà dei suoi membri, come legge quella dell’amore e come fine il Regno di Dio (3)

Ad essa si aderisce, però, con una risposta libera e disponibile

 

2. La Chiesa è popolo di Dio strutturato.

Pastori e laici vi appartengono come figli, in virtù del sacerdozio comune scaturito dal battesimo, ma in modo complementare nelle loro funzioni

            a. i ministri ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi) sono costituiti per reggere il popolo con la parola, i sacramenti, il governo finalizzati alla crescita, alla unità e alla fedeltà dei suoi membri.

            b. i laici sono chiamati a partecipare attivamente alla missione della chiesa. I loro compiti sono cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio, e rendendo presente la Chiesa nel mondo esercitando il proprio ufficio sacerdotale, regale e profetico.

Un frutto particolarmente provvidenziale del Concilio è stato il fiorire di associazioni e movimenti che in quest’ambito e con queste premesse, hanno trovato terreno fertile per manifestare la vivacità dello Spirito Santo. Lungi dal diventare parrocchie “parallele” ove cercare il di più che non si trova nella pastorale che per definizione è ordinaria, cioè non mira al sensazionale o all’effimero né al passeggero benessere sentimentale di un momento, e lungi dal diventare il rifugio e l’oasi ideale con i canti ideali, i compagni ideali e soprattutto il pastore ideale, le associazioni sono chiamate a condividere lo stesso fine apostolico della Chiesa portando la loro esperienza, assumendosi le proprie responsabilità, agendo come membra di un unico corpo e sotto la direzione gerarchica da cui ricevono un “mandato”.

3. La sua vocazione è la santità.

Ognuno, dunque, è chiamato, secondo i propri doni ed uffici, ad avanzare sulla via della fede che accende la speranza e opera per mezzo della carità.

In primo luogo i pastori del gregge di Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote, pastore e vescovo delle anime nostre, compiere con santità e slancio, umiltà e forza il proprio ministero: esso, così adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Chiamati per ricevere la pienezza del sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale affinché, mediante la preghiera, il sacrificio e la predicazione, mediante ogni forma di cura e di servizio episcopale, esercitino un perfetto ufficio di carità pastorale non temano di dare la propria vita per le pecorelle e, fattisi modello del gregge (cfr. 1 Pt 5,3), aiutino infine con l'esempio la Chiesa ad avanzare verso una santità ogni giorno più grande.

I sacerdoti, a somiglianza dell'ordine dei vescovi, dei quali formano la corona spirituale partecipando alla grazia dell'ufficio di quelli per mezzo di Cristo, eterno ed unico mediatore, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio crescano nell'amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo della comunione sacerdotale, abbondino in ogni bene spirituale e diano a tutti la viva testimonianza di Dio emuli di quei sacerdoti che nel corso dei secoli, in un servizio spesso umile e nascosto, hanno lasciato uno splendido esempio di santità. La loro lode risuona nella Chiesa di Dio. Pregando e offrendo il sacrificio, com'è loro dovere, per il loro popolo e per tutto il popolo di Dio, cosciente di ciò che fanno e confermandosi ai misteri che compiono anziché essere ostacolati dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo dì esse ad una maggiore santità, nutrendo e dando slancio con l'abbondanza della contemplazione alla propria attività, per il conforto di tutta la Chiesa di Dio.

I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria via, devono sostenersi a vicenda nella fedeltà dell'amore con l'aiuto della grazia per tutta la vita, e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole, che hanno amorosamente accettata da Dio. Così infatti offrono a tutti l'esempio di un amore instancabile e generoso, edificando la carità fraterna e diventano testimoni e cooperatori della fecondità della madre Chiesa, in segno e partecipazione di quell'amore, col quale Cristo amò la sua sposa e si è dato per lei. Quelli poi che sono dediti a lavori spesso faticosi, devono con le opere umane perfezionare se stessi, aiutare i concittadini e far progredire tutta la società e la creazione verso uno stato migliore; devono infine, con carità operosa, imitare Cristo, le cui mani si esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col Padre alla salvezza di tutti, in ciò animati da una gioiosa speranza, aiutandosi gli uni gli altri a portare i propri fardelli, ascendendo mediante il lavoro quotidiano a una santità sempre più alta, santità che sarà anche apostolica.

Sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo sofferente per la salute del mondo quelli che sono oppressi dalla povertà, dalla infermità, dalla malattia e dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzioni per la giustizia: il Signore nel Vangelo li ha proclamati beati, e " il Dio... di ogni grazia, che ci ha chiamati all'eterna sua gloria in Cristo Gesù, dopo un po' di patire, li condurrà egli stesso a perfezione e li renderà stabili e sicuri" (1 Pt 5,10).

Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo.(4)

 

4. L’indole escatologica della Chiesa.

Il compimento della Chiesa è nel cielo, quando Cristo sarà tutto in tutti. La Chiesa, allora, è chiamata a portare il peso della storia nel suo cammino fino alla meta finale verso cui è proiettata.

Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25,31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1 Cor 15,26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando " chiaramente Dio uno e trino, qual è ". Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L'unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei beni spirituali. A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1 Cor 12,12-27). Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr. 2 Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2,5), servendo al Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.(5)

Il riferimento finale alla Vergine Maria (LG VIII) non poteva mancare giacchè Ella è posta come Madre della Chiesa e segno di sicura speranza. Maria è quello che la Chiesa aspira ad diventare, icona della Trinità.

Tutto quello che abbiamo sin qui detto si concretizza lì dove è presente la Chiesa, cioè ove vi sia una porzione del popolo di Dio affidata alle cure pastorali del vescovo, coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore, e da questi radunata nello Spirito Santo per mezzo del Vangelo e della eucaristia, costituisca una Chiesa particolare nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica. (6)

E’, questa, la definizione che il Concilio ha dato della Diocesi e la parrocchia, cellula della Diocesi, ne incarna le caratteristiche raggiungendo le case degli uomini. La parrocchia è l’espressione più prossima all’umanità proprio perché in cammino con ogni uomo nel luogo e nel tempo in cui egli si trovi a vivere. Le stesse caratteristiche della diocesi si riflettono e nutrono la parrocchia. Proviamo a individuarne qualcuna sintetizzando alcuni documenti conciliari e alcune felici espressioni del magistero (7).

La Diocesi è:

1. Una comunità di fede, di preghiera e di amore.

Di fede perché illuminata e sorretta dalla Parola di Dio, di preghiera perché si nutre dei sacramenti, soprattutto l’eucarestia celebrata nel giorno del Signore e di amore perché vive la comunione nel servizio, nell’aiuto reciproco e nella testimonianza.

2. Presente nella storia.

Giacchè esperta in umanità (8) la Chiesa conosce il linguaggio degli uomini e ne coglie le ansie e i sospiri. Sull’esempio del Maestro, di fronte ai problemi dell’umanità non fugge né manda via nessuno, ma accoglie e condivide come Gesù nella scena della moltiplicazione dei pani.

3. E’ espressione di una vicinanza.

Lo stesso termine parrocchia può significare sia non residente, straniero, sinonimo, quindi del suo essere peregrinante, in questo mondo, ma non di questo mondo, sia presso la casa cioè famiglia tra famiglie. La parrocchia è l’ultima localizzazione della Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e figlie(9)

4. Con il segno dell’umanità.

Il Vaticano II ha ridato alla Chiesa la capacità di manifestarsi ricca di umanità. Una ricchezza che deve caratterizzare anche gli operatori pastorali finalmente chiamati a collaborare attivamente con i loro pastori nella elaborazione di progetti che per essere ricchi di umanità devono, quindi, avere “buon senso”. Diceva un maestro di teologia ai novelli sacerdoti:

"La teologia non è altro che il buon senso applicato alla fede. Se un giorno trovaste che la teologia non è d’accordo col buon senso, dubitate della teologia, non dubitate mai del buon senso…"

5. Scuola e casa di comunione.(10)

In questa casa ognuno è chiamato, nello spirito del Concilio e dunque in ossequio al riscoperto sacerdozio comune e ministeriale, a collaborare operando come parte viva di un tutto organico in vista di un bene comune. Gli atteggiamenti in cui lo si esprime sono l’umiltà, contro ogni autoritarismo, autosufficienza e pseudo sicurezze personali; la gratuità per servire la Chiesa, non per servirsene e l’autenticità per evitare che il ruolo prevarichi la persona a favore del formalismo.

La Diocesi si presenta allora come il luogo ideale, diremmo teologico, dell’azione pastorale.

Un’altra caratteristica poco o male compresa che invece esprime ancora meglio la volontà del Vaticano II di radicare la Chiesa fra gli uomini è, usando un’espressione di Giovanni Paolo II “il gusto dei confini”. Diceva il grande Papa:

Quando ero giovane sacerdote ho imparato che la parte migliore di una diocesi sono sempre i confini”.

Ma per il fatto che la parrocchia o la diocesi abbiano dei confini non vuol dire che abbiano un territorio, ma abitano un territorio:

“La parrocchia non ha un territorio, quasi fosse un’esclusiva riserva di caccia, o un feudo nel quale uomini e donne sono come ingabbiati, suscettibili di essere puniti appena superano la linea di confine e si recano nell’altra parrocchia. Il territorio è l’ambiente di incontro tra le storia e la fede, tra la chiesa e la società, è l’ambito in cui la comunità cristiana confessa la fede, vive l’Evangelo, serve l’uomo e il mondo”(11)

La parrocchia allora è lo spazio dove formarsi per poi uscire dal tempio verso il territorio per incontrare l’uomo con le sue gioie e i suoi dolori. Non a caso una delle finalità della visita pastorale del Vescovo è quella di

“Promuovere la comunione ecclesiale, intensificando e tutti i livelli il dialogo, il discernimento comunitario e la collaborazione per riscoprire la dimensione comunionale della diocesi e il valore della condivisione, specialmente nell’aiuto reciproco e nel servizio ai più lontani”(12)

La diocesi, la parrocchia, sono una stazione missionaria, non una stazione di servizio. I confini mi dicono che qui ed ora sono chiamato a testimoniare Cristo, A questi uomini e a queste donne, fra queste case, in mezzo a queste strade dove non mi ritrovo per caso come pastore o laico. La parrocchia è espressione del Regno se no diventa un supermarket o un self-service dei bisogni religiosi. Gesù si presenta come il buon pastore non perché trattiene le pecore sempre chiuse nell’ovile, ma perché sceglie per loro pascoli verdeggianti seppur con le insidie dei lupi e dei mercenari… Il Concilio, infatti, ha spesso sottolineato la finalità missionaria della Chiesa. (13)

Questa porzione del polo di Dio che è chiamata ad edificare il Regno nel territorio di Nardò-Gallipoli sotto la guida del Vescovo, successore degli Apostoli, esprime la fedeltà al sua mandato vivendo le tensione missionaria per il territorio, verso i più lontani e silenziosi, nel territorio come espressione visibile della Chiesa nel mondo, con il territorio, costruendo occasioni di solidarietà che coinvolgano i suoi membri sì che dia al mondo spettacolo di unità!

 


(1) Discorso di Paolo VI in apertura del secondo periodo del Concilio (29 settembre 1963, EV 1, 152)

(2) Lumen Gentium, nn.2-4

(3) Prefazio comune VII

(4) Lumen Gentium 41

(5) Lumen Gentium 49

(6) Christus Dominus, 11

(7) Comunione e comunità, 43

(8) Paolo VI, Discorso all’ONU, 1965

(9) Es. ap. Christifideles laici 26,1

(10) Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 43

(11) Marcello Semeraro, Lett. Past, I piedi della Chiesa, Oria, 2001, n.21

(12) Domenico Caliandro, Decreto indizione Visita Pastorale, 2006

(13) Ad gentes, 2