I fondamenti biblici della Visita pastorale
R.D. Salvatore Mele
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Sul letto di morte il patriarca Giuseppe davanti ai fratelli pronuncia le seguenti parole: «Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch’egli ha promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe» (Gn 50,24-25). Con queste parole di Giuseppe termina il libro della Genesi. Essi allo stesso tempo anticipano il tema principale del libro dell’Esodo, l’uscita di Israele dall’Egitto e il cammino verso la terra promessa ai Padri. Emerge nelle ultime parole di Giuseppe morente, il profondo significato teologico della radice verbale ebraica pqd (greco episképtomai) che le traduzioni italiane rendono col verbo «visitare». Il verbo compare anche per descrivere interventi salvifici di Dio nei confronti del singolo (ad es. Sara, Gn 21,1; Anna, 1Sam 2,21), ma è il suo uso per descrivere un evento fondante quale la liberazione degli ebrei dall’Egitto ad attirare maggiormente la nostra attenzione. Questa liberazione è descritta come conseguenza della «visita» di Dio anche in Es 3,16; 4,31; 13,19.
L’esperienza dell’Esodo, ovvero la Pasqua, costituisce la base di tutto il cammino di fede che Dio ha fatto percorrere ad Israele. Per quanto limitata nel tempo e nello spazio, nel numero relativamente piccolo di persone che vi hanno partecipato, quell’esperienza è stata una rivelazione di Dio. Nel viverla Israele ha cominciato a comprendere – e poi se ne è reso conto sempre più profondamente in seguito – che c’era molto di più che l’avventura di un popolo che affronta un cammino verso una terra di libertà: c’era Dio che si rivelava agli uomini; rivelava se stesso e il suo progetto di salvezza per l’uomo!
Questa grande esperienza di salvezza che Israele fece nell’Esodo, letteralmente nell’«uscita» dalla schiavitù egiziana è conseguenza dell’iniziativa di Dio che decide di «visitare» Israele. Dio «vede», r’h, l’afflizione del popolo e decide di «visitarlo» (Es 4,31).
L’esperienza della «visita» di Dio nell’Esodo di Israele fu un’esperienza così profonda da diventare per gli Ebrei l’evento decisivo della sua storia, l’oggetto centrale del suo credo (cf Dt 26,5-9; 6,20-25) ed anche il modello di tutte le successive esperienze di salvezza (cf Is 35,1-10; 40,1-5).
Questa «visita» di Dio nei confronti di Israele rivela già, anche se in maniera ancora incompleta, le dimensioni della salvezza. Possiamo concentrarle in due fondamentali: liberazione («redenzione») e Alleanza. C’è un male da eliminare e un bene da ottenere.
L’aspetto «liberazione» non è solo un episodio, ma rivelazione di un aspetto fondamentale di Dio. Il Dio di Israele si manifesta e vuole essere considerato, il «liberatore», «colui che ti ha riscattato» (Is 43,14; 44,6; 44,24), colui che infrange le catene e spezza il giogo (Ger 30,8); queste caratteristiche diventano i nomi stessi di Dio: «Io sono il Signore, vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatti camminare a testa alta» (Lv 26,13).
Dio si rivela come colui che non può tollerare l’oppressione, Colui nel quale il gemito degli oppressi trova una risonanza profonda: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei sorveglianti; conosco le sue sofferenze… il grido degli israeliti è arrivato fino a me; ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano» (Es 3,7.9).
Anche il comandamento del riposo settimanale mira a tener viva la consapevolezza della liberazione: «Il settimo giorno non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta dentro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava riposino con te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di Sabato» (Dt 5,12-15).
La liberazione dall’oppressione come conseguenza della «visita» di Dio è solo il punto di partenza, poiché Dio libera Israele per farne il suo popolo, per ricolmarlo di beni, per condurlo a una pienezza di vita. I beni con cui Dio vuole ricolmare il suo popolo sono fondamentalmente tre: la terra; una comunità; una comunione più profonda con Lui.
a. Il dono della terra
Al popolo liberato dalla schiavitù, Dio dona una terra, in cui potrà vivere nella pace e nella libertà: «Un paese bello e spazioso… un paese dove scorre latte e miele» (Es 3,8); «… un luogo dove non manca nulla di ciò che è sulla terra» (Gdc 18,10); «… paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).
b. Il dono di una comunità
Aspetto fondamentale della «visita» di Dio è anche la comunione fraterna. Il Salmo 132,1 canta: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme». Attraverso la sua «visita» Dio crea un popolo, una comunità di fratelli, Dio si rivela come colui che riunisce i dispersi (Is 34,12; 37,15-22; ecc.), che elimina la estraneità tra uomo e uomo: «Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lv 19,33s).
c. La comunione con Dio
Meta e scopo ultimi della «visita» di Dio nell’Esodo non sono solo una Terra, ma una persona vivente: Dio stesso. In Es 19,4 sta scritto: «Voi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come vi ho sollevato su ali d’aquila e fatti vanire fino a me». Dio non si limita a liberare Israele dall’oppressione e donargli una terra. Dio intende donare se stesso, introdurre il suo popolo in una comunione di vita con lui; l’Alleanza è principalmente un vincolo d’amore, che i profeti paragonano al vincolo nuziale: «Egli si è legato a voi… perché vi ama» (Dt 7,7s). Egli si fa amico degli uomini (Is 41,8; Es 33,11).
All’inizio la fede di Israele appare centrata più sul passato che sul futuro. L’antico Credo di Israele (cf Dt 26,5-9) menzionava solo una serie di eventi del passato e terminava con l’ingresso nella terra:
«Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando prodigi, e ci condusse in questo luogo, e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele. Ora ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu Signore mi hai dato».
Sembrerebbe che con l’ingresso nella Terra l’opera salvifica di Dio sia giunta a compimento e che non resti da attendere una ulteriore «visita».
Ma, nel corso del suo cammino, Israele comprenderà sempre più profondamente le dimensioni della liberazione e dell’Alleanza, che però sono presenti sin dall’inizio nell’esperienza dell’Esodo vissuta come «visita» salvifica operata da Dio. Sia la liberazione che l’Alleanza riveleranno aspetti nuovi e più profondi: la «visita» di Dio nell’Esodo dall’Egitto si mostrerà come solo l’inizio di un progetto ben più grande, che abbraccia non solo Israele ma anche gli altri popoli, che dal passato si protende al futuro, che tocca non solo gli aspetti esteriori ma quelli più radicali dell’esistenza umana. Questo itinerario di maturazione in direzione della universalità e della profondità/interiorità è un cammino doloro e gioioso che Israele ha percorso, non solo per sé ma per tutti gli uomini, nel vivo della storia
In Cristo il mistero della «visita» di Dio apparirà in tutta la sua portata. Il NT conserva l’idea veterotestamentaria di Dio che «visita» l’uomo, quale espressine della sua attenzione amorevole. Ora l’intervento di Dio nella storia è strettamente legato alla persona di Gesù. Il Lc 7,16 dopo la risurrezione del giovane di Naim, la folla glorifica Dio per aver suscitato un profeta e «aver visitato» (episképtomai) il suo popolo. Zaccaria pieno di Spirito Santo benedice il Signore Dio d’Israele perché «ha visitato e redento il suo popolo».
Questa visita di grazia per il NT è destinata anche ai pagani. In At 15,14 durante il cosiddetto «concilio di Gerusalemme», Giacomo osserva che Pietro ha spiegato «come fin dal principio Dio ha visitato (episképtomai) i pagani, per costituire in mezzo a loro un popolo per il suo nome».
Il verbo compare anche in At 15,36. Prima di intraprendere un nuovo viaggio missionario Paolo dice a Barnaba: «Ritorniamo a far visita (episképtomai) ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore…». Qui per alcuni commentatori il verbo episképtomai ha il significato di «visionare/ispezionare» (cf Nm 13,34; Sal 26,4; Zac 11,16; 2 Mac 11,36; At 6,3), piuttosto che il significato carico di connotazione religiosa di Lc 1,68.78; Lc 7,16; At 7,23; 15,14. Ciò è reso chiaro dalla frase finale, alla lettera «per vedere come stanno facendo». Emerge, quindi, anche l’altro aspetto della «visita» di Dio, e cioè l’aspetto giudiziale. Nell’AT sono soprattutto i profeti a parlare della visita punitiva di Dio; Amos minaccia questa visita di Dio contro il popolo peccatore (Am 3,2; cf anche Os 8,13; 9,9; Ger 29,32). Anche se i due aspetti (salvifico/giudiziale) sono inseparabili il verbo episképtomai non ha mai nel NT il significato di «visitare per punire».
Il passo di 1 Pt 2,25 si presta bene per una riflessione sintetica conclusiva. Qui compare il sostantivo epískopos «vescovo» (si noti la derivazione dall’unica radice epí + skept- di episképtomai e epískopos!) insieme a poimên, «pastore» (già nell’AT: cf Nm 27,16): la «sorveglianza», l’«ispezione», la «visita» è da intendersi come un prendersi cura amorevole degli altri e mai come espressione di un potere che cerca la propria affermazione.
Principali testi consultati
Beyer, H.W., «episképtomai»,«episkopéō»,«episkopê»,«epískopos», GLNT 3 (Brescia 1967) 731-795.
Coenen, L., «epískopos», «episképtomai», «episkopéō», «episkopê», in L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento (Bologna 1976) 1961-1965.Gatti, V., «visita», «visitare di Dio», in A.a-Av., Grande enciclopedia illustrata della Bibbia, vol. 3 (Torino 1997) 541-542.
Rohde, J., «episképtomai», in H. Balz - G. Schneider (edd.), Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, vol. 1 (Brescia 1995) 1327-1329