La Parrocchia tra i segni e i sogni del nostro tempo

R.D. Salvatore Leopizzi

 

“Le parrocchie devono essere dimore che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo”.

(Nota pastorale della C.E.I. “ Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, Introduzione,n.1)

 

La comunità cristiana, in altre parole, è chiamata a cogliere i segni dei tempi per poter rendere comprensibile e credibile oggi il Vangelo di sempre in un mondo che cambia…Riprendendo l’icona della chiesa/barca e dei discepoli/pescatori di uomini, ogni parrocchia, sollecitata dalle autorevoli indicazioni del Magistero a partire dal Vaticano II, dovrebbe dotarsi di nuovi strumenti di navigazione per poter individuare luoghi e modi più adatti alla pesca.

Un primo strumento potrebbe essere costituito, simbolicamente, da un’antenna parabolica. Accanto al tradizionale campanile, ogni chiesa parrocchiale dovrebbe installare una grande antenna capace non solo di trasmettere gli SMS dell’annuncio evangelico, ma anche di captare gli SOS della gente che, pur immersa nei sogni del benessere e del consumismo, vive spesso il peso di un’esistenza ferita da mille drammi e da crescenti preoccupazioni.

Si pensi alle situazioni di diaspora morale e spirituale di tanti battezzati, alle tentazioni di sincretismo culturale e religioso che prevale a volte nei riti e nelle tradizioni popolari, alle tendenze settarie e misticheggianti di tanti gruppi chiusi nei recinti delle loro presunte e autogratificanti sicurezze.

Ci sono luoghi e ambienti in cui si vive ormai, di fatto, senza più alcun riferimento alla fede e ai valori religiosi e ciò è dovuto anche al lento processo di secolarizzazione avviato già con l’Illuminismo e che ha portato gradualmente la società e  le istituzioni civili ad emanciparsi da ogni diretta dipendenza ecclesiastica o clericale. Molti comunque continuano a dirsi credenti e cattolici, ma in realtà si comportano e vivono “etsi Deus non daretur” (come se Dio non esistesse). La loro in fondo è una fede in un dio-fai da te che porta, come naturale conseguenza, a una morale fai da te : scelgo di fare ciò che mi piace, ciò che mi serve e per questo scelgo anche di credere in un dio che mi piace o che … mi serve!

Come può la Chiesa, in questo groviglio di ambiguità e di contraddizioni, rilevare e decodificare i dati dello sbandamento etico e antropologico che caratterizza il nostro tempo e il nostro territorio? Come intercettare i segnali di pericolo, il silenzio della paura o il grido della disperazione di chi sta scivolando sull’orlo dell’abisso? Come rispondere alle richieste di pronto soccorso o più semplicemente al desiderio di compagnia e di sorriso che provengono da anonimi fratelli  in mille modi “umiliati e offesi”? Come insomma diventare samaritani dei tanti viandanti  assaliti e feriti dagli idoli del cosiddetto benessere o smarriti nei meandri dell’opprimente individualismo?

Sono proprio loro che, forse senza saperlo, chiedono a noi credenti di essere più credibili con la coerenza del nostro stile di vita, capaci di dare sempre ragione della speranza che è in noi  (1 Pietro 3,15). E sono tanti, soprattutto tra i giovani, coloro che hanno bisogno più di testimoni che di maestri (Paolo VI) e che perciò vogliono vedere nella Chiesa non più i segni del potere, ma solo il potere dei segni (don Tonino Bello).

Basti ricordare ad esempio la disarmante e contagiosa genialità spirituale di Giovanni Paolo II, di Madre Teresa di Calcutta e dello stesso don Tonino: sono riusciti a raccontare in modo convincente, con la parabola della loro vita, il volto innamorato di Cristo, cuore pulsante del mondo e sorgente inestinguibile d’amore. Hanno indossato non solo la stola del culto e della liturgia, ma anche il grembiule dell’umile servizio e della universale carità.

“Carità” è allora la password che ogni comunità è chiamata ad inserire nei propri sistemi di comunicazione. Solo così l’antenna continuerà a trasmettere e a ricevere gli input evangelici in grado di provocare il desiderio dell’incontro personale con Colui che può rivelarsi ancora, per tutti, come  la via, la verità, la vita..

Ma alla simbolica antenna si dovrebbe aggiungere anche un faro adatto per l’illuminazione dell’area esterna alla chiesa. Siamo abituati a orientare potenti fasci di luce sulla facciata del tempio, specialmente se di pregio storico-artistico, e lo facciamo per mettere giustamente in risalto non solo la bellezza esteriore dell’edificio, ma anche ciò che esso rappresenta e significa.

Forse ora è tempo di puntare un grande faro anche nella direzione contraria.Orientandolo verso il territorio circostante noi credenti scorgeremo, con la luce dello Spirito, le gioie e i dolori, le angosce e le speranze degli uomini e delle donne di oggi, soprattutto dei poveri e degli emarginati… (cfr. Gaudium et Spes, n.1), divenendo così sentinelle del mattino che annunciano profeticamente i bagliori del nuovo giorno.

Ci accorgeremo che il Regno germoglia e cresce non solo nei nostri sacri recinti ma anche tra coloro che apparentemente ne sono fuori o lontani. Il Regno infatti è lì dove “i nemici si aprono al dialogo, gli avversari si stringono la mano, i popoli si incontrano nella concordia …” ( cfr. Prefazio Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II), dovunque cioè si vivono relazioni di servizio, di dedizione e di impegno totale per una umanità più giusta e conviviale.

Scopriremo che le opere di salvezza  il Signore continua a compierle anche nel nostro territorio, in ogni dimensione della quotidianità servendosi di persone, di luoghi e di situazioni per noi a volte imprevedibili e inattese. Tutto questo ci aiuterà ad essere certamente più umili e perciò anche più disponibili al dialogo sincero con tutti e alla collaborazione costruttiva con coloro che condividono sogni e bisogni nel comune percorso.

Infine, oltre all’antenna parabolica e al faro per l’illuminazione profetica del Regno, si potrebbe pensare  anche a una  fontana sempre zampillante da situare sul sagrato di ogni chiesa.

Già il beato Papa Giovanni XXIII definiva la Chiesa come fontana del villaggio e gli faceva eco Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, quando si augurava che la città nuova sorgesse attorno alla  fontana antica . A quanti sono affaticati per l’impervio cammino, a quanti sono assetati di verità e di giustizia, la fontana/comunità potrebbe offrire una sosta di refrigerio, di rigenerazione nella bellezza dell’incontro e dell’amicizia, nella simpatia del sereno confronto e nella fecondità dello scambio sincero.

Ma senza nulla chiedere come contropartita, senza pretese di reciprocità, assaporando solo il gusto di poter dare gratuitamente ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto.  Lieti se qualcuno tornerà, come il guarito dalla lebbra, a dire grazie, ma senza disprezzare quegli altri (nove su dieci) che, dopo essersi dissetati, non si faranno più vedere o forse proseguiranno per strade diverse.

Come i discepoli di Emmaus le nostre comunità incontreranno anche oggi il Signore Risorto facendosi compagne di viaggio sulla medesima barca ; lo riconosceranno nel condividere anche con i forestieri il pane della fatica e della compassione e ripartiranno ancora senza indugio verso Gerusalemme (cfr. Luca 24, 13-35).

La parrocchia così potrà testimoniare col suo stile di vita e di navigazione che le voragini della paura e dell’amarezza possono ancora oggi trasfigurarsi in sorgenti inesauribili di ferma fiducia e di sicura speranza.