La Chiesa e il mondo del lavoro

R.D. Francesco Marulli

 

L’interesse della Chiesa per il lavoro, presente in maniera molto marginale in epoca antica e medievale, subisce un forte incremento a partire dal pontificato di Leone XIII, con la promulgazione, nel 1891, dell’enciclica Rerum novarum.

Il papa considera soprattutto la “questione operaia”, cioè la situazione lavorativa degli operai a partire dalla rivoluzione industriale, caratterizzata da notevoli ingiustizie e sfruttamenti. In particolare, la questione operaia riguarda il problema del rapporto tra padroni e operai, la questione del giusto salario, la rivendicazione del ruolo primario della Chiesa, dello stato e delle associazioni sindacali per contrastare il capitalismo e salvare la dignità personale degli operai. Riferendosi al salario, il pontefice scrive che “il lavoro è l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione” (n. 32).

Sul piano strettamente teologico, il lavoro è considerato obbligatorio in quanto corrispondente al mandato originario di Dio di sottomettere tutte le cose (cfr. Gn 1,28). Pertanto, il diritto-dovere del lavoro è proprio della natura stessa della persona umana, non nasce da accordi o convenzioni stabiliti dalla legge. Il lavoro è, perciò, assolutamente necessario per vivere, ma deve svolgersi in condizioni giuste, nel rispetto della verità. Invece, all’ “infinita moltitudine dei proletari” nella società industriale di fine ‘800, “è imposto un giogo quasi servile” (n. 2).

Leone XIII coglie, perciò, soprattutto l’aspetto di dura necessità connesso all’attività lavorativa, contrapponendolo ad ogni utopia e mito che esaltano la dignità dell’uomo e la sua realizzazione senza bisogno di ricorrere al lavoro. Sostiene al riguardo il papa:

 

“Coloro che dicono di poterlo e lo promettono, illudono il popolo e lo trascinano per una via che porta a dolori più grandi dei presenti. Cosa migliore è guardar le cose umane quali sono, e nel medesimo tempo cercare altrove il rimedio ai mali” (n. 9).

E’ necessario, tuttavia, “sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza nessuna discrezione delle persone come se fossero cose” (n. 33).Successivamente, al n. 34, il papa raccomanda vivamente che le autorità pubbliche sentano il dovere di mettere dei limiti alla durata del lavoro, introducendo un tempo di riposo sufficiente e, inoltre, il dovere di prendere atto che è necessario che il lavoro tenga conto dell’età e del sesso. Leone XIII auspica anche una maggiore giustizia nei salari, affinchè essi siano sufficienti per una vita sobria ed onesta.

Anche Pio XI, attraverso l’enciclica Quadragesimo Anno, volge l’attenzione al mondo del lavoro, considerando soprattutto la sua “dimensione sociale”, non soltanto la produzione di beni, ma anche e in egual misura, la dignità delle persone come reale contributo al miglioramento della società.L’enciclica è pubblicata nel maggio del 1931, successivamente al cosiddetto “venerdì nero” (18 ottobre 1929), segnato dal clamoroso fallimento della borsa USA, con il triste corteo di massa dei disoccupati, il crollo dei prezzi, le svendite generali.

Dinanzi a tale drammatica situazione e alle sue conseguenze a livello economico, politico e sociale, il pontefice intende richiamare l’attenzione della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà sul loro contributo. Il papa sottolinea drammaticamente che “la materia inerte esce nobilitata dalla fabbrica, le persone, invece, vi si corrompono e si degradano” (n. 146).

E’, pertanto, fondamentale, secondo Pio XI, assumere una nuova consapevolezza relativa all’attività umana. Nel lavoro si deve “riconoscere la dignità umana dell’operaio” e, di conseguenza, non lo si può “mercanteggiare come una merce qualsiasi” (n. 90).

L’attenzione ecclesiale al mondo del lavoro prosegue con Pio XII, il quale precisa che il lavoro non è solo quell’attività rivolta alla produzione di beni economici, ma è un lavoro qualsiasi attività volta a conseguire un bene materiale o spirituale che possa essere utile alla conservazione o perfezione della persona umana (Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze sociali, 8.2.1948). Inoltre, il lavoro è considerato come modo concreto, da parte dell’uomo, di collaborare con gli altri e con l’opera creatrice di Dio (Discorso agli artigiani, 23.3.1949).

Il passo in avanti rispetto a Leone XIII consiste nella considerazione che il lavoro non può ridursi, nella prospettiva cristiana, alla fatica e alla sofferenza. L’attività umana è anche un mezzo per rendere visibile sulla terra l’immagine di Dio, impressa nell’anima, diventando autentico strumento di santificazione. Il papa afferma che “il lavoro fatto con Dio e per Dio è opera umana che si trasforma in opera divina. E’ preghiera” (Discorso del 18.5.1952).

Anche Giovanni XXIII considera il lavoro come parte integrante del grande cammino progettato da Dio per l’uomo nel mondo, perché egli agisca in suo nome per trasformare la storia: “Risponde ai piani della Provvidenza – scrive il papa – che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano” (Pacem in terris, n. 232).

Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes riprende la riflessione precedente, ma introduce, nello stesso tempo, un’importante novità nella comprensione del lavoro all’interno del progetto di Dio. Il lavoro è considerato non solo nel suo aspetto privato ed individuale, ma anche come attività che incide nel complesso della vita civile, come impresa collettiva dell’uomo che provoca cambiamenti nei rapporti sociali, nei modi di vivere e di pensare.

Così scrivono i Padri Conciliari:

“Il lavoro, sia autonomo sia dipendente, procede immediatamente dalla persona la quale imprime nella natura come il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà. Con il lavoro, l’uomo ordinariamente provvede alla vita propria e dei suoi familiari, comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Ancor più: sappiamo che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera stessa redentiva di Gesù Cristo, il quale ha conferito al lavoro un’elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazaret. Di qui discendono, per ciascun uomo, e il dovere di lavorare felicemente e il diritto al lavoro; corrispondentemente, è compito della società, in rapporto alle condizioni in essa esistenti, aiutare per parte sua i cittadini affinchè possano trovare sufficiente occupazione”    (GS n. 67).

 

La riflessione sul rapporto tra Chiesa e realtà del lavoro non può prescindere dal riferimento all’enciclica Laborem exercens del papa Giovanni Paolo II, un autentico invito a fare dell’uomo lavoratore il protagonista e il centro della società.

Nel trattare il tema del lavoro, il papa considera sullo sfondo la situazione della moderna società occidentale, dove il lavoro ha perso la sua centralità e il suo significato per la vita dell’uomo. Nel magistero ecclesiale emerge, così, ancora una volta, la “prospettiva personalistica”, il primato accordato alla grandezza e alla dignità della persona umana:

“Non c’è alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di sé stesso” (n. 5).

Continua Giovanni Paolo II:

“L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché, come immagine di Dio, è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro” (n. 6).

 

Il lavoro, dunque, non può essere ridotto a pura merce o a forza anonima che aumenta la produzione sociale, bensì riguarda la persona, la promuove, la sviluppa, la difende.

In questa prospettiva, l’attività umana trova il suo significato ultimo nel mistero della  Croce di Cristo. Con la sua morte, il Signore ha redento tutto l’uomo, dunque anche il suo lavoro con un potere più forte del potere di questo mondo. Il Documento è molto esplicito al riguardo:

“Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e ad ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Quest’opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere…Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei nuovi cieli e di una terra nuova, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo” (n. 27).

 La costante realizzazione della volontà di Dio e il primato della persona umana costituiscono i due cardini per un’autentica “cultura del lavoro” (Centesimus annus n. 15), per la realizzazione di un lavoro dal volto umano, a beneficio dell’intera società, autentico contributo per la realizzazione della civiltà dell’amore, secondo il progetto di Dio. In particolare, al n. 39, il papa scrive che

“La libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana. Quando quella si rende autonoma, quando cioè l’uomo è visto più come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l’alienarla e sopprimerla”.

A livello diocesano e parrocchiale è, perciò, fondamentale, alla luce di queste considerazioni, alimentare nei fedeli la prospettiva specificamente cristiana del lavoro. Si tratta di riscoprire la certezza che ognuno è destinatario di numerosi doni dello Spirito. Pertanto, mentre i cristiani lavorano, lo Spirito li rende capaci di cooperare con Dio nel suo Regno, per completare la creazione e rinnovare la terra.

Attraverso opportune iniziative spirituali e formative che mirino alla conoscenza dei fondamenti della Dottrina Sociale della Chiesa, è importante aiutare l’uomo del nostro tempo a svolgere la propria attività con gioia, con reale partecipazione interiore, evitando di considerarla come un peso dal quale liberarsi appena possibile.

In particolare, la parrocchia può diventare un utile strumento di aggregazione della varie categorie di lavoratori, inserendo la pastorale sociale (la preghiera, la riflessione, il confronto su questi temi) all’interno della programmazione annuale. È, infine, molto importante la conoscenza del territorio e delle reali condizioni dei lavoratori che vi operano.

Una pastorale incarnata non può esimersi dall’aiutare queste persone a realizzarsi attraverso il proprio lavoro, reagendo, con la forza del Vangelo e la personale testimonianza, ad ogni sopruso ed ingiustizia.

Nel lavoro si compiono scelte, si è in relazione con gli altri, si pensa, si ama: tutto questo può diventare davvero fonte di santificazione, a condizione che sia vissuto secondo i criteri di discernimento del Vangelo.

In questo modo, la vita terrena costituirà un’anticipazione di quei cieli nuovi e di quella terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia che il Padre ha preparato sin dall’eternità per quanti, attraverso la loro opera, collaborano con il suo amore.


Bibliografia

Accanto ai documenti magisteriali citati e al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, il tema del lavoro in prospettiva cristiana può essere approfondito attraverso i seguenti testi: