L’Episcopato per l’unità della Chiesa
Breve percorso sulla prassi pastorale di alcuni Padri della Chiesa
nell’edificazione dell’unica Chiesa di Dio
R.D. Antonio Perrone
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Nel periodo patristico non possiamo parlare di Visita Pastorale secondo la terminologia corrente, ma piuttosto possiamo soffermare la nostra attenzione sulla spiritualità episcopale e ricavare alcune utili indicazioni per quest’evento di grazia. Con l’espressione spiritualità episcopale vogliamo considerare la figura del vescovo quale padre e sposo della Chiesa per la quale è ordinato. Egli è garante e custode del Depositum fidei, è il maestro che insegna in modo particolare la pietà, il modello per i suoi fedeli. Tale spiritualità assume dei contorni diversi riguardo al periodo storico di riferimento ma anche secondo la regione particolare nella quale un vescovo opera. Non possiamo tracciare in questa relazione un quadro esaustivo sulla spiritualità dei vescovi nel periodo patristico, il lavoro sarebbe troppo esteso per la ampiezza del periodo storico di riferimento (I – VIII secolo dopo Cristo) e per le grandi personalità di vescovi disseminati lungo tale arco di tempo. Pertanto la nostra trattazione riguarderà solo alcuni vescovi che possiamo considerare personalità di spicco per la loro epoca e santi per la loro condotta di vita.
PERIODO APOSTOLICO
(Clemente di Roma e Ignazio d’Antiochia.)
Tale periodo rappresenta l’esordio della patristica e annovera gli scrittori cristiani del I secolo e dell’inizio del II secolo, il cui insegnamento rappresenta l’eco diretta della predicazione apostolica (1). Solitamente i loro scritti hanno un carattere pastorale, si avvicinano molto per stile e contenuto agli scritti del nuovo testamento, in particolare alle epistole e all’apocalisse, rappresentando in questo modo un ponte di unione tra il tempo della rivelazione e il periodo della tradizione. Riportiamo di seguito alcuni passi degli autori di questo periodo, per evidenziare il ruolo del vescovo nella chiesa subapostolica e per delineare alcuni aspetti fondamentali della sua spiritualità.
“Gli apostoli predicarono il vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente alla volontà di Dio. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella Parola di Dio con l’assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare che il regno di Dio era per venire. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le loro primizie, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli”
(Clemente Romano, Lettera ai Corinti XLII, 1 – 4)
“I vescovi dagli apostoli stabiliti o dopo da altri illustri uomini con il consenso della Chiesa tutta, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, riteniamo che non debbano essere allontanati dal ministero. Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall’episcopato coloro che hanno presentato le offerte in maniera ineccepibile e santa”
(Clemente Romano, Lettera ai Corinti XLIV, 1 – 4)
Questa lettera comunemente ritenuta l’unica autentica attribuita a Clemente romano, ci aiuta a comprendere innanzitutto che il Vescovo è successore degli apostoli, ad esso sono richieste l’umiltà, la calma e la gentilezza per servire degnamente e santamente il gregge di Cristo. Nessuno può dunque allontanare dal ministero un vescovo, inizia a delinearsi il rapporto sponsale del vescovo con la sede per cui è stato scelto, sancito poi nel 325 dal Concilio di Nicea. Il fatto poi che il Vescovo di Roma (Clementi) si preoccupi e intervenga nella lite che turba la pace della comunità di Corinto, testimonia due elementi importantissimi per la storia e la spiritualità dell’episcopato.
Innanzitutto una costante sollecitudine di un vescovo per tutta la Chiesa, segno questo della grande solidarietà che anima i cristiani e in secondo luogo rappresenta un dato importantissimo per la storia del Primato petrino. Lo scrittore non dice in nessun luogo espressamente che il suo intervento vincola ed obbliga giuridicamente la comunità cristiana di Corinto, tuttavia l’esistenza stessa dell’epistola costituisce una testimonianza di alto valore per l’autorità dl vescovo di Roma.
La Chiesa di Roma parla a quella di Corinto come un superiore ad un suddito. Perché Clemente scrive alla comunità di Corinto? Dal contenuto della lettera sembra di capire che sotto il regno di Domiziano, siano nati dei dissidi e fazioni arroganti abbiano deposto dal loro ufficio i vescovi titolari. Per tale motivo Clemente richiama i fedeli di Corinto alla disciplina e all’obbedienza ricordando che Dio stesso esige dalle sue creature ordine ed obbedienza e richiama i vescovi ad una cura sempre più attenta nei confronti dei più deboli. La funzione principale dl Vescovo è inoltre la Celebrazione della Liturgia, egli offre i doni e presenta le offerte. La celebrazione del Divin Sacrificio è incarico specifico del Vescovo, ma ognuno nel suo posto è invitato a “piacere a Dio, agendo in buona coscienza e dignità, senza infrangere la norma stabilita per il suo compito” (2)
Molti più interessanti di motivi di riflessioni attinenti al nostro tema sembrano essere le lettere di Ignazio d’Antiochia.
"Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo. Conviene procedere d'accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell'armonia del vostro accordo prendendo nell'unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio. Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell'unità."
(Ignazio d’Antiochia, Lettera agli Efesini 3- 5)
"In realtà ho saputo che i vostri santi presbiteri non hanno abusato della giovinezza evidente di lui (il Vescovo), ma saggi in Dio sono sottomessi a lui, non a lui, ma al Padre di Gesù Cristo che è il vescovo di tutti. Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poiché non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili."
(Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Magnesi, III, 1 - 2)
"Vi prego di essere solleciti a compiere ogni cosa nella concordia di Dio e dei presbiteri. Con la guida del vescovo al posto di Dio, e dei presbiteri al posto del collegio apostolico e dei diaconi a me carissimi che svolgono il servizio di Gesù Cristo che prima dei secoli era presso il Padre e alla fine si è rivelato. Tutti avendo una eguale condotta rispettatevi l’un l’altro. Nessuno guardi il prossimo secondo la carne, ma in Gesù Cristo amatevi sempre a vicenda. Nulla sia tra voi che vi possa dividere, ma unitevi al vescovo e ai capi nel segno e nella dimostrazione della incorruttibilità." Come il Signore nulla fece senza il Padre col quale è uno, né da solo né con gli apostoli, così voi nulla fate senza il vescovo e i presbiteri.
(Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Magnesi, VI, 1 - 2)
"Se siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo dimostrate che non vivete secondo l'uomo ma secondo Gesù Cristo, morto per noi perché credendo alla sua morte sfuggiate alla morte. È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo"
(Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Tralliani, III, 1 - 2)
Il confronto di questi passi tratti da alcune lettere di Sant’Ignazio, ci fa comprendere che il vescovo è nella comunità il garante dell’unità della Chiesa, anzi dove appare il vescovo, ivi è la comunità.(3) Ogni divisione, ogni contrasto può essere superato soltanto nell’obbedienza al vescovo, la cui autorità non deriva tanto dalle sue qualità personali, quanto dalla realtà che egli rappresenta, cioè il Padre. Interessante l’immagine della cetra che più di tutte ci aiuta a comprendere il senso della concordia che è generata nella comunità che resta unita al suo vescovo, espressione della chiesa unita a Gesù Cristo, quest’unità è la vera lode da elevare all’eterno Dio, che conosce i segreti del cuore e al quale nulla è nascosto. L’obbedienza al vescovo visibile traduce l’obbedienza al Vescovo invisibile al quale nulla può sfuggire, pertanto ancora una volta si evidenzia la realtà salvifica che il vescovo per grazia di Dio incarna, infatti Ignazio chiede ai fedeli di Magnesia di essere sottomessi al vescovo gli uni agli altri, come Gesù Cristo al Padre, nella carne, e gli apostoli a Cristo e al Padre e allo Spirito, affinché l’unione sia carnale e spirituale.(4) Questa unione carnale indica la visibilità stessa di questa comunione all’interno della comunità. Il vescovo è il maestro responsabile dei fedeli, e stare dalla sua parte e in comunione con il presbiterio rappresenta per Ignazio la preservazione certa dall’errore e il cammino sicuro nella via dell’ortodossia.(5)
Tale unità e comunione della Chiesa attorno al vescovo si realizza in modo sublime nella celebrazione dei misteri di Dio, per cui egli è il gran sacerdote e il dispensatore di tali misteri, senza di lui non si può celebrare né Battesimo, né eucaristia e anche i matrimoni devono essere contratti dinanzi a lui.(6) Ancora una volta il ricorso alle lettere scritte a più comunità, ci permette di constatare come l’azione pastorale di sant’Ignazio non fosse circoscritta alla sua comunità di Antiochia, ma nelle sue parole si respira quel senso di corresponsabilità e di preoccupazione per la pace e l’armonia della Chiesa tutta, elementi sottolineati maggiormente nell’azione pastorale dei vescovi del IV secolo.
Tra gli scritti di questo periodo si suole collocare anche il Pastore di Erma benché appartenga propriamente alle apocalissi apocrife. Questo libro riferisce le rivelazioni che il suo autore ricevette a Roma da due angeli. Nella seconda parte del libro sono contenute le similitudini, visioni allegoriche e in una di queste precisamente nella nona, l’autore afferma
"I credenti venuti dal decimo monte, i cui alberi facevano ombra, sono di questa specie: episcopi ed ospitali, nelle loro case accolsero sempre volentieri i servi di Dio senza ipocrisia. Gli episcopi in ogni occasione instancabilmente protessero con il loro ministero, i bisognosi, le vedove e sempre vissero santamente.(7)"
"E dico a tutti voi, che avete ricevuto questo sigillo, di custodire la semplicità e di non conservare il ricordo delle offese e di non ostinarvi nella vostra malizia o nella memoria dell’amarezza delle offese, di divenire uno spirito solo e di medicare o togliere queste funeste discordie, affinché il Signore delle pecore ne sia contento. E gioirà se troverà che sono tutte sane e nessuna di esse è traviata, ma se troverà che qualcuna di esse è traviata, guai ai pastori. (8)"
Possiamo notare come i vescovi si presentino sempre più come il punto di riferimento dei fedeli, in modo particolare dei bisognosi. Il vescovo protegge gli umili e gli oppressi e la sua vita si distingue per la santità. Egli garante delle verità di fede, assolve a questo compito nella semplicità e nella mitezza, cercando in ogni occasione e costantemente di curare le discordie. Egli è costruttore della pace e medico che guarisce dalla peste dell’eresia. Queste doti saranno sottolineate maggiormente dai padri cappadoci nel periodo della crisi ariana, quando verrà posta in discussione la piena divinità del Figlio e dello Spirito Santo. Il vescovo renderà conto del suo operato al Pastore Supremo delle pecore, pertanto in ogni momento egli sente su di sé questa responsabilità.
II SECOLO
Nel corso di questo secolo si afferma sempre più uno stile epistolare che testimonia la crescente preoccupazione di ogni vescovo per la propria Chiesa ma anche per la Chiesa intera. Testimone particolare di questa consuetudine risulta essere Dionigi di Corinto, del quale non conserviamo le lettere ma ne conosciamo il contenuto e i destinatari grazie alla testimonianza fornitaci da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica (9). L’attività di Dionigi consistette nel fornire ai cristiani destinatari delle sue lettere, importanti catechesi e inviti continui alla pace e alla concordia. Invita spesso alla prudenza e alla vigilanza contro il fermento dell’eresia.
Inoltre presso Ireneo troviamo formulato esplicitamente per la prima volta l’insegnamento già implicitamente contenuto nella lettera di Clemente: i vescovi sono i successori degli Apostoli.
"Perciò conviene obbedire ai preti che sono nella Chiesa, che, come ho mostrato, hanno preso la successione degli Apostoli, e che insieme con la successione dell’episcopato, hanno ricevuto il dono certo della verità, secondo il beneplacito del Padre.(10)"
Tale successione comporta la trasmissione da un vescovo all’altro di un carisma certo di verità, per tale motivo i vescovi sono i garanti dell’ortodossia, mentre gli eretici essendo privi di questa successione diretta non trasmettono alcuna verità.
Un altro testo degno di nota è la Tradizione Apostolica di Ippolito di Roma, che nel brano riguardante la consacrazione del Vescovo ci permette di cogliere quali devono essere le qualità essenziali del Vescovo per la cui consacrazione viene chiesto al Padre di effondere su di lui la potenza dello Spirito sovrano che il Cristo ha ricevuto e a sua volta donato agli apostoli. Si richiede che il candidato sia irreprensibile, così come irreprensibilmente egli deve pascolare il santo gregge, e deve offrire i doni della Santa Chiesa. Quella del vescovo è riconosciuta come la massima dignità sacerdotale e per questo egli è al servizio della chiesa senza sosta, giorno e notte, inoltre ha il potere di rimettere i peccati secondo il comandamento del Signore, egli è espressione perfetta della mansuetudine e della misericordia di Dio.
Un ultimo testo che riteniamo importante segnalare per quest’epoca, lo ritroviamo in Origene, nel Commento al Vangelo di Matteo dove egli afferma:
"Il principe (il Vescovo) deve essere servitore di tutti per la sua umiltà, al fine di rendere un servizio a tutti in ciò che concerne la salvezza. Questo è il comandamento che ci ha donato il verbo di Dio.(11)"
Per Origene dunque la presidenza del Vescovo si traduce essenzialmente in un servizio. Tralasciamo altri autori e passi che pur destando l’interesse del lettore, prolungherebbero eccessivamente questa parte della trattazione e ci occupiamo di seguito di due autori del quarto secolo che con la loro spiritualità ma anche con la loro vita pastorale hanno molto da insegnarci sul modo in cui deve essere guidato il popolo di Dio e secondo quali dinamiche vive e agisce il Vescovo.
I PADRI CAPPADOCI
(Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo)
L’azione pastorale di questi due grandi Vescovi orientali si colloca nella seconda metà del IV secolo, un’epoca ricca di approfondimenti teologici e di innovazioni pastorali e liturgiche. La chiesa tutta durante questo periodo è fortemente provata dalla lotta all’arianesimo, che divide in modo particolare le chiese orientali, oltre le eresie dei Macedoniani, degli Apollinaristi, da antagonismi senza fine per sedi episcopali quali quella di Antiochia. Un’unica preoccupazione scorre lungo le pagine dei trattati e delle lettere di questi due grandi pastori: riportare la pace e l’unità nella Chiesa.
Gregorio di Nazianzo nelle sue orazioni in modo particolare nel Discorso 21 su Atanasio d’Alessandria e nel Discorso 43 su Basilio di Cesarea, delinea il vescovo modello partendo proprio dalla personalità e dall’azione dei due presuli. Un altro testo molto significativo è il Discorso 2, Apologia della sua fuga, che esercitò un grande influsso sul de Sacerdotio di Giovanni Crisostomo e sui quattro libri della Regula Pastoralis di S. Gregorio Magno(12). Nella sua concezione del Sacerdozio, domina fortemente l’ideale della carità pastorale del Vescovo verso la sua Chiesa e la Chiesa universale, azione che si esplica fondamentalmente nelle funzioni che tratteremo di seguito brevemente: Portatore di Pace, Padre, Pastore e medico, dottore e mediatore(13).
La prima delle funzioni citate riveste particolare importanza proprio a motivo dei dissidi teologici che straziano l’unità della Chiesa, la peste dell’eresia divide i cristiani, e nel IV secolo portare e custodire la pace religiosa sembra essere l’esercizio di carità per eccellenza, lo testimoniano i tre discorsi che Gregorio dedica a questo tema (14). L’anima di Gregorio sospira appassionatamente per la pace, ecco quanto egli scrive nei suoi discorsi:
"Oh pace amata! Dolce condizione e dolce nome, che ora io dono al popolo e ricevo in cambio… Oh pace amata! Mio interesse precipuo e mi vanto, che noi apprendiamo appartenere a Dio e che Dio le appartiene…Oh pace amata! Come sento la tua mancanza e quanto ti desidero, a differenza degli altri! Come mi prendo cura di te quando sei presente, e quanto ti invoco quando manchi con gemiti e lacrime (15)"
La sollecitudine del pastore per la Chiesa si realizza proprio nel perseguire continuamente la pace. Questa sembra essere la condizione essenziale per la vita e lo sviluppo di ogni realtà, basta contemplare l’ordine dell’universo, dove la concordanza e l’armonia tra le leggi naturali fissate da Dio, permettono che tutto scorra con ordine
"Innalziamo gli occhi l cielo ed abbassiamoli verso la terra, ascoltando la voce divina e apprendiamo le leggi della creazione: il cielo, la terra, il mare e l’universo tutto, il grande fondamento divino molto celebrato, dal quale Dio è rivelato come se fosse bandito da un araldo mediante il silenzio. Finché l’universo rimane stabile e in pace con sé stesso, restando nei limiti propri della sua natura, e nessuna parte si ribella contro l’altra, né si allontana dai legami dell’amore con i quali il Logos artefice legò il tutto, il cosmos appunto è una bellezza inaccessibile e nessuno mai potrebbe immaginare niente di più splendido e straordinario (16)"
Se dunque il mondo intero ci manifesta l’armonia voluta da Dio, immagine della Trinità a maggior ragione tale pace e concordia deve essere realizzata nella Chiesa, Corpo di Cristo. L’assenza di pace nel Corpo Mistico, rende vana la Carità, la lotta fraterna distrugge la fama della Chiesa e i pagani si prendono gioco di lei, infine la discordia minaccia l’esistenza stessa della Chiesa. La carità pastorale del Vescovo consiste nel saper conservare l’ordine e l’armonia nel Corpo di Cristo, insegnando ai fedeli l’assimilazione a Dio attraverso l’imitazione di dio e delle cose divine, per cui l’anima fatta a immagine di Dio deve custodire intatta la nobiltà nativa (17)
In secondo luogo il sacerdozio e in modo particolare il ministero dell’ordine episcopale ha come fine, per Gregorio di Nazianzo, di generare a Cristo e rifare dei, una responsabilità carica di sacrificio nel lavoro pastorale. Il Vescovo assolve per il fedele la funzione di padre, genera figli al corpo di Cristo con il suo esempio, con la sua predicazione, con l’amministrazione dei sacramenti e ad essi deve somministrare il cibo adatto in ogni momento. Il buon pastore deve essere in grado di adattare il suo insegnamento alle esigenze di ognuno
"È necessario che il pastore sia costante e semplice per rettitudine in ogni circostanza, ma anche massimamente capace di mutamento e vario, a seconda della familiarità che vuole ottenere con ciascuno, ed abbia però la capacità e l’abilità di parlare a tutti. Alcuni Hanno bisogno di essere nutriti col latte, cioè con gli insegnamenti più semplici ed elementari …Altri hanno bisogno della saggezza di cui si parla per i perfetti e di un nutrimento più elevato e più sostanzioso, perché le loro facoltà percettive sono state sufficientemente esercitate a distinguere il vero dal falso (18)"
In riferimento a questa funzione sacerdotale Gregorio propone san Paolo come esempio da imitare, che con dedizione disinteressata si è fatto tutto a tutti. Tale amore, benché soprannaturale, proveniente dalla grazia dell’ordine, non è privo del calore terreno, per cui se ritrovarsi con i figli tutti raccolti in assemblea liturgica costituisce la gioia del Vescovo, starne lontano sia pur per necessità, lo ferisce.
Il Vescovo oltre ad essere Padre, è anche Pastore e Medico insieme, si prende cura di tutto il gregge ma in modo particolare degli erranti. Egli esercita tale funzione innanzi tutto offrendo ai fedeli un esempio di virtù con la sua vita, anzi più sopravanza nella dignità e più deve eccellere nella virtù, perché col fascino della virtù dovrà attirare la moltitudine al progresso morale. Tale cura pastorale richiede una particolare responsabilità in quanto è attinente l’anima. Ogni anima poi ha bisogno di una cura particolare perché non tutte sono uguali, particolare attenzione meritano coloro che vacillano nella retta fede e gli eretici. Si ripresenta a questo punto la necessità per il vescovo di curare la “peste” dell’eresia. Egli è chiamato ad avvicinare con carità, umana bontà e fraterna correzione coloro che vacillano nella fede perché membra di Cristo e parte del suo Corpo, perché nonostante tutto rimane pur sempre creato a immagine di Dio. Verso coloro che invece sono manifestamente eretici il Pastore deve avere una costante compassione, dinanzi poi a quelli dotati di un’eccellente intelligenza egli deve contare sulla forza della persuasione. Naturalmente per realizzare tutto questo, il Vescovo dedicherà parte del suo tempo allo studio della Scrittura e della Tradizione.
Infine il Vescovo per assolvere in modo completo al suo dovere di carità, deve porsi tra Dio e il popolo come mediatore insieme con Gesù.Questa funzione si realizza in virtù dell’offerta della vittima Divina quale sacramento di riconciliazione tra Dio e l’uomo. A quest’offerta egli unisce l’offerta della sua vita.
Elemento caratteristico di tutta la spiritualità del Vescovo è l’assoluto disinteresse con il quale egli vive le funzioni sopraelencate. Il Padre e Pastore vero
"Non cerca già il proprio interesse, ma quello dei figli ch’egli ha generato in Cristo mediante il Vangelo. Questo è il fine di ogni spirituale principato: disprezzato affatto il proprio interesse, mirare al vantaggio degli altri (19)."
A differenza di Gregorio di Nazianzo, San Basilio non ci ha lasciato discorsi o trattati in cui tracciava il suo ideale episcopale, ma ricaviamo molto dalla lettura delle sue lettere, in particolare quelle indirizzate ad Anfilochio di Antiochia o ad Ambrogio di Milano in occasione della loro elezione, o lettere in cui scrive di vescovi defunti come Gregorio il Taumaturgo e Mausonio di Cesarea. In queste e in altre lettere possiamo cogliere la sua immagine ideale del Pastore. Innanzitutto egli è il fermo difensore della fede e predicatore infaticabile del Vangelo, in qualche modo è anche il suo autoritratto. Nella prima lettera ad Anfilochio così egli esprime il suo auguri per l’elezione del Vescovo di Iconio:
"Comportati da uomo e sii forte, cammina alla testa del popolo che l’Altissimo ha affidato alla tua destra. Governa come un saggio pilota, domina con la tua decisione ogni tempesta scatenata dai venti dell’eresia, custodisci la tua nave dall’immersione nei flutti salati e amari della dottrina perversa, e attendi la calma che il Signore creerà, quando si sarà trovata una voce degna di risvegliarlo perché comandi al vento e al mare… non lamentarti per un incarico al di sopra delle tue forze… se è il Signore a portare il fardello con te, getta nel Signore il tuo affanno, e lui stesso agirà. (20)"
Da questo breve testo possiamo cogliere il temperamento di Basilio, vescovo di grande spiritualità e senso di carità, ma allo stesso tempo guida sicura e forte della Chiesa di Cesarea. Al Vescovo è richiesta la saggezza e un impegno costante nel saper contrastare le eresie. In molte lettere del periodo dell’episcopato, Basilio insiste sulla necessità di un continuo approfondimento teologico per contrastare i venti dell’eresia, il vescovo è il custode della fede e allo stesso tempo e costruttore di pace nella continua ricerca della comunione. Ma il vescovo presiede alla carità, basti pensare alla basiliade, la grande città dispensario edificata alle porte di Cesarea, nata per accogliere i viandanti, i poveri, i malati, i lebbrosi. In essa, sacerdoti e monaci, vivevano la comunione fraterna orientata alla carità, secondo le direttive ascetiche proprie del padre cappadoce che non dissociava mai la fede dalla carità. Nessuno stato di vita, nessuna condizione sociale rimanevano estranei alla sua sollecitudine pastorale, lo testimoniano i numerosi messaggi che Basilio indirizzava a ogni genere di persona nella prova, al clero, agli asceti, alle vergini, alle diaconesse, alle vedove, e anche le lettere di raccomandazione che inviava alle autorità civili, a favore di varie categorie di fedeli, o per molti di quei piccoli secondo il mondo – schiavi compresi – che erano oggetto della sua infaticabile carità. Così a poco a poco, grazie ai suoi interventi epistolari, l’ideale evangelico cominciava a impegnare la trama del tessuto sociale. La morte continuava a far strage tra le file dei più giovani; con i genitori e i nonni, con i vedovi e le vedove, Basilio esercitava il suo ministero di consolatore, ricorrendo non solo ai luoghi comuni della retorica, ma anche alle risorse della fede e della speranza cristiane.
Grande impegno e energie profuse il vescovo cappadoce per ristabilire nella Chiesa l’armonia tra l’oriente e l’occidente, divisi dall’eresia ariana. In moltissime lettere egli auspica il ritorno all’armonia (sympnoia), alla comunione (koinonia), all’unità. La Chiesa è divisa dalla peste dell’eresia, che si diffonde, ma solo l’unità tra le chiese può salvaguardare l’ortodossia, la sua attività fu e volle essere una strategia di comunione, una lotta continua per la pace tra le chiese. Egli esprime questo suo desiderio in una delle lettere che indirizza ad Eusebio di Samosata:
"Non ho ancora potuto mostrare degnamente, con i miei atti, il mio zelo per la pacificazione delle chiese del Signore, ma dichiaro che ne ho un tale desiderio nel mio cuore che sacrificherei volentieri la mia vita purché si spegnesse il fuoco dell’odio appiccato dal Maligno… Si, io cerco la pace autentica, quella che il Signore stesso ci ha lasciato. (21)"
Ancora più eloquente sembra essere l’epistola 70, con la quale Basilio sollecita Papa Damaso a visitare le chiese dell’Oriente, per collaborare al ristabilimento dell’armonia tra le membra del corpo di Cristo (eis mian armonian en somati Cristou), possibile nella fede e nell’amore e che Basilio non cesserà mai di chiedere a Dio, non cesserà nemmeno di chiedere al Vescovo di Roma la sua visita perché porti consolazione, difesa e soccorso alle Chiese d’Oriente:
"Come unica liberazione da questi mali (eresie e calunnie) noi ci attendiamo la visita (episkepsin)della vostra misericordia. Ci ha sempre rallegrati la vostra straordinaria carità, nel passato ci ha rafforzati nell’animo, per qualche tempo, la notizia splendida che avremmo avuto una qualche visita da parte vostra. (22)"
Particolare attenzione merita il termine episkepsin, che condivide col termine vescovo la stessa radice verbale, pertanto non è fuori luogo ritenere che per Basilio tra i compiti fondamentali del vescovo andasse annoverato proprio quello di visitare i suoi fedeli e per il Vescovo di Roma quello di dimostrare la sua sollecitudine, e della Chiesa cui presiedeva, per tutte le chiese. Tale visita consiste anche nella vigilanza attenta sull’ortodossia, che è una delle prime preoccupazioni di Basilio. Il vescovo è come il condottiero di una nave (la Chiesa) che avvolta dalla tempesta(l’eresia Ariana), deve condurre al porto impedendone con la sua perizia il naufragio.
La lotta di Basilio, per la pace della Chiesa, gli ha procurato più fallimenti che successi immediati, più calunnie che elogi, ma secondo la maggior parte degli storici il suo contributo è stato essenziale per la vittoria dell’ortodossia (23).
CONCLUSIONE
Questo breve percorso di indagine nell’attività pastorale e negli scritti di alcuni vescovi dei primi secoli cristiani ci permette di delineare per grandi linee l’attività del vescovo nella chiesa antica. Innanzitutto egli è intimamente unito alla Chiesa cui è preposto come guida, di questa chiesa ne condivide le sorti e le sofferenze, preoccupandosi di garantirla contro l’eresia e di edificarla con la predicazione e l’esemplarità della propria vita. Egli è veramente il servo della comunità, si fa tutto a tutti, come Cristo buon pastore, come gli apostoli insegnano e di cui egli ne è autorevole successore. Ma ogni vescovo esercita la sua carità pastorale a beneficio di tutta quanta la Chiesa, tale premura si esprime in vario modo, tanto negli scambi epistolari, quanto nella preghiera, così come nelle visite. Si può pertanto scorgere quasi in filigrana, il senso più profondo della comunione che si manifesta nella condivisione della lotta all’eresia. Tale comunione è originata della certezza che la Chiesa è una, che la pace nasce dall’armonia delle varie membra dell’unico corpo mistico di Cristo. Tuttavia perché tale unità non venga mai meno, si richiede non solo l’impegno e la sollecitudine del pastore, ma anche l’obbedienza dei fedeli alla verità e all’unica fede, di cui il pastore validamente ordinato, ne è il garante. La spiritualità del vescovo pertanto non può essere dissociata dal bene spirituale dei fedeli, il ministero pastorale è in funzione del bene della Chiesa, cercando pertanto di rileggere tale principio alla luce delle attuali prassi pastorali, quali la visita pastorale, ancora una volta si richiede al pastore che visitando la sua Chiesa, incontrando i suoi fedeli, confermi quei germi di bene che producono l’unità, promuova l’impegno di coloro che operano nell’obbedienza al bene della Chiesa e qualora fosse necessario, con forza e con dolcezza allo stesso tempo, richiami tutti alla fedeltà all’unica Parola di vita che è il Vangelo e la conformazione a Cristo. Ai fedeli dunque non manchi mai la sollecitudine del suo pastore, al pastore non manchi mai l’obbedienza dei suoi figli.
(1) Cfr. Quasten J., Patrologia vol I, Casale Monferrato (1980) p. 44
(2) Clem. Rom. Ep. Ai Cor. XLI, 1
(3) Ignazio d’Antiochia, Smyrn, 8,2
(4) Magn XIII, 2
(5) Non io vi scongiuro ma la carità di Gesù Cristo. Prendete solo l'alimento cristiano e astenetevi dall'erba estranea che è l'eresia. Coloro che per farsi credere mescolano Gesù Cristo con se stessi, sono come quelli che offrono un veleno mortale nel vino melato. L'incauto prende allegramente in un piacere nefasto la morte. Guardatevi dunque da questi. Ciò sarà possibile non gonfiandovi e non separandovi da Dio, da Gesù Cristo, dal vescovo e dai precetti degli apostoli (Trall, VI, 1- 2)
(6) Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli; venerate i diaconi come la legge di Dio. Nessuno senza il vescovo faccia qualche cosa che concerne la Chiesa. Sia ritenuta valida l'eucaristia che si fa dal vescovo o da chi è da lui delegato. […] Senza il vescovo non è lecito né battezzare né fare l'agape; quello che egli approva è gradito a Dio, perché tutto ciò che si fa sia legittimo e sicuro (Smyrn VIII, 2); Conviene agli sposi e alle spose di stringere l'unione con il consenso del vescovo, perché le loro nozze avvengano secondo il Signore e non secondo la concupiscenza. Ogni cosa si faccia per l'onore di Dio. (Pol V, 2).
(7) Similitudine IX, 27, 1 – 2.
(8) Similitudine IX, 31, 4 - 5
(9) E anzitutto bisogna dire di Dionigi che egli occupò la sede episcopale della Chiesa di Corinto e che fece largamente partecipare ai benefici della sua attività veramente divina non solo quelli che erano soggetti al suo governo, ma anche i fedeli dei paesi stranieri. Si rese utilissimo a tutti con le lettere cattoliche che componeva per le Chiese. Eus. Stor. Eccl. 4, 23.
(10) Ireneo di Lione, Contro le eresie 4, 26, 2
(11) Com in Johan XVI, 8
(12) I discorsi di Gregorio di Nazianzo sono editi in italiano con testo greco a fronte a cura di MORESCHINI C, Gregorio di Nazianzo, Tutte le Orazioni, Milano 2000
(13) Su questo tema faremo riferimento al ricco articolo di SERRA M, La carità pastorale in Gregorio di Nazianzo, O.C.P. 21
(14) Discorso VI, XXII e XXXII
(15) Discorso XXII
(16) Discorso VI, 14
(17) “L’unica cosa che necessariamente procura i buoni sentimenti e la concordia è l’imitazione di Dio e di ciò che è divino: bisogna che l’anima fatta a immagine di Dio, guardi in questa sola direzione, per difendere il più possibile la nobiltà che ha in sé col volgersi a tali modelli e cercando di assomigliare loro quanto è possibile” Discorso VI, 14. Questo passo rappresenta una sintesi chiara dell’ascesi nella spiritualità di Gregario di Nazianzo
(18) Discorso II, 45
(19)Discorso II
(20) Basilio di Cesarea, Lettera 161
(21) Basilio di Cesarea, Lettera 128, I
(22) Idem, lettera 70. Su tale argomento si legga anche la lettera 243 indirizzata ai vescovi d’Italia e della Gallia
(23) J.R. Pouchet, La personalità di Basilio attraverso il suo epistolario, in AA.VV. Basilio tra Oriente e Occidente, Magnano 2001 p. 65